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Prima delle spiagge da cartolina e dei tramonti su Es Vedrà, Formentera era l’isola del grano, e i suoi mulini a vento sono il racconto più onesto di quel passato. I romani la chiamavano Frumentaria, la terra del frumento — un’etimologia che oggi i filologi guardano con sospetto, ma che il paesaggio conferma comunque, perché qui, dove l’aridità non concede quasi altro, il cereale era la base della sopravvivenza. Per macinarlo, su un fazzoletto di terra grande quanto un quartiere di città, gli isolani arrivarono a costruire ben sette mulini farinari a vento. Se ti interessano i mulini a vento di Formentera, in questa guida te li racconto tutti, uno per uno: il celebre Molí Vell de La Mola, l’unico visitabile dentro; il panoramico Molí d’en Jeroni e il suo gemello Molí d’en Mateu sulla collina di Sa Miranda; l’antichissimo Molí d’en Teuet con la sua storia da cinema; il Molí de ses Roques che faceva da piazza ai contadini; il giovane e malandato Molí d’en Botigues; e il Molí d’en Simon, l’unico che non c’è più. Lungo la strada ti spiego anche com’è fatto un mulino di queste parti, perché ne servissero così tanti, il nuovo settimo mulino moderno costruito di recente, e come metterli in fila lungo il Percorso dei Mulini.
Perché sette mulini su un fazzoletto di terra
La risposta sta tutta nell’acqua che non c’è. Formentera non ha fiumi né torrenti, e questo escludeva in partenza i mulini ad acqua che altrove macinavano il grano. Restavano due strade: la forza degli animali e quella del vento. I primi mulini furono i cosiddetti mulini di sangue (molins de sang), piccoli congegni mossi da un asino o da un mulo che giravano attorno alla macina, spesso ricavati in una stanza accanto a casa; in quasi ogni abitazione tradizionale c’era poi un piccolo mulino a mano. Ma con la grande ripopolazione del Settecento — quando l’isola, svuotata per secoli dalla paura della pirateria, tornò ad avere campi e braccia — si passò a qualcosa di più ambizioso: i mulini a vento veri e propri, più grandi e produttivi, piantati sui rilievi più esposti alle correnti. Sette, in tutto. Per un’isola così minuta è un numero che dice quanto il grano fosse questione di vita.
Com’è fatto un mulino di Formentera
I sette mulini sono parenti strettissimi, costruiti tutti secondo lo stesso schema. Immagina una torre cilindrica di muratura imbiancata a calce, sormontata da un tetto conico e armata di sei pale di legno che un tempo si vestivano di tela. La cosa più ingegnosa è proprio quel cappello conico: era girevole, così da poter orientare le pale verso il vento del momento — un dettaglio che smentisce l’idea del contadino di una volta come di gente sprovveduta. Dentro, lo spazio si divide su tre piani: in alto gli ingranaggi e la macina di pietra, al centro il livello dove si raccoglieva la farina, in basso il magazzino. Una macchina semplice, fatta di legno, pietra e vento, e pensata per durare generazioni. Una volta capito questo modello, li riconosci tutti.
Il Molí Vell de La Mola, il re dei sette
Se hai tempo per un mulino solo, è questo. Il Molí Vell de La Mola, sull’altopiano orientale dell’isola accanto al paese di El Pilar de la Mola, porta incisa la data del 1778 — lo stesso anno della chiesa del paese — ed è l’unico che puoi visitare all’interno, salendo la scala fino agli ingranaggi originali. È anche il meglio conservato di tutte le Baleari: restaurato nel 1994 grazie a Joan des Moliner, l’ultimo mugnaio dell’isola, che cedette la proprietà alla Fundació Illes Balears, è oggi un Bene di Interesse Culturale e potrebbe persino tornare a macinare. Intorno gira il celebre mercatino hippy, poco oltre c’è il faro che ispirò Jules Verne, e una leggenda vuole che Bob Dylan abbia soggiornato nella casetta accanto. È il più fotografato dell’isola, e a ragione.
Il Molí d’en Jeroni, il mulino panoramico
Sulla collina di Sa Miranda, che domina da ovest la capitale Sant Francesc Xavier, il Molí d’en Jeroni se ne sta a 64 metri sul mare — un’altezza che a Formentera conta — e ripaga la salita con una delle viste più ampie del territorio: quasi tutto Migjorn, la zona di La Savina, l’isolotto di Es Vedrà e il profilo di Ibiza. Eretto dalla famiglia Tur soprannominata “Jeroni” (da cui il nome) in un’epoca su cui le fonti non concordano, perse le pale in una tempesta del 1958 e le riebbe solo con il restauro del 1991. È uno dei pochi mulini che conserva le sei pale al loro posto, ed è anche il più comodo da raggiungere: di proprietà privata come gli altri, non si visita dentro, ma all’esterno ci si arriva a piedi da Sant Francesc, salendo per il camí de Dalt de Portossaler dietro il vecchio cimitero.
Il Molí d’en Teuet, il più antico e il più cinematografico
A Sant Ferran, il Molí d’en Teuet è il più antico documentato dell’isola: la sua prima testimonianza scritta risale al 1751, e da quando Francisco Aís lo vendette a Bartomeu Mayans “Teuet” è rimasto sempre della stessa famiglia, che gli ha prestato il nome. La leggenda racconta che l’antenato Mayans, navigando, trovò in mare un grosso tronco e pensò di farci un mulino. Smise di macinare nel 1964 e oggi conserva una sola pala — le altre andarono perdute, si dice, per un atto di vandalismo di giovani stranieri negli anni Settanta. Ma il suo momento di gloria è cinematografico: il mulino di Sant Ferran compare nel film “More” di Barbet Schroeder del 1969, quello con la colonna sonora dei Pink Floyd, in una scena in cui i protagonisti giocano tra le pale come Don Chisciotte in versione hippy. Lo si vede dalla strada, e i percorsi verdi numero 14 e 16 ci passano accanto.
Il Molí de ses Roques, la piazza dei contadini
Sempre nei pressi di Sant Ferran — il cui nome completo, Sant Ferran de ses Roques, viene proprio da qui — il Molí de ses Roques fu per un paio di secoli più di una macchina: era un crocevia sociale, il posto dove i contadini convergevano col raccolto e, nell’attesa di macinare, si scambiavano notizie e pettegolezzi. La sua prima documentazione risale al 1797, il che lo colloca tra i più vecchi dell’isola, testimone anch’esso della ripopolazione settecentesca. Smise di lavorare presto, con lo scoppio della guerra civile nel 1936, e intorno al 1960 venne inglobato in un’abitazione di nuova costruzione, perdendo le pale e la funzione molitoria. Oggi è una casa privata con un mulino dentro, e lo si guarda solo dalla strada, a due passi dalla bella via che scende a Cala en Baster.
Il Molí d’en Mateu, il gemello di Sa Miranda
A breve distanza dal Molí d’en Jeroni, sulla stessa collina di Sa Miranda, sorge il Molí d’en Mateu: insieme formano quelli che da queste parti chiamano i mulini di Sa Miranda. Costruito a metà Ottocento dalla famiglia Verdera Mateu, condivide con il vicino la sorte della tempesta del 1958, che gli strappò le antenne. Restaurato in seguito, fu trasformato in una piccola abitazione, pur conservando pale e macchinari originali. È inglobato in una proprietà privata, quindi lo vedi solo dalla strada — ma se sali al Jeroni gli passi inevitabilmente davanti, e tanto vale dargli un’occhiata.
Il Molí d’en Botigues, l’ultimo nato
Tornando a La Mola, accanto al celebre Molí Vell, c’è il Molí d’en Botigues: il più giovane dei sette, costruito nel 1893, l’ultimo mulino a vento entrato in funzione a Formentera. Ebbe vita breve — macinò fino al 1950 circa, poi gli furono smontate le pale e cominciò il declino, fino al cedimento del tetto e a un degrado che ne ha messo a rischio la sopravvivenza. Oggi è una torre nuda e malandata, di proprietà privata, che le autorità del Consell hanno avviato a tutelare come bene culturale. Non si visita e non ha quasi nulla da mostrare se non il proprio scheletro, ma proprio accanto al fratello restaurato e funzionante racconta, meglio di mille spiegazioni, la differenza tra un edificio salvato e uno lasciato andare.
Il Molí d’en Simon, quello che non c’è più
Il settimo mulino è un fantasma. Il Molí d’en Simon sorgeva a Es Cap de Barbaria, dalle parti dell’attuale faro, ed era proprietà della famiglia Torres Simon. Intorno al 1950 la sua torre fu demolita, e oggi ne restano soltanto alcune rocce e pochi resti sparsi sul terreno arido del capo. Lo cito perché completa il conto — sette mulini, non sei — e perché la sua assenza è essa stessa una piccola lezione: il patrimonio rurale, se nessuno se ne occupa, scompare e basta, senza clamore.
Il settimo mulino moderno
C’è poi un mulino che con questi sette non c’entra per età, ma per spirito sì. Di recente la Cooperativa del Camp de Formentera ne ha costruito uno nuovo, moderno e alimentato a energia elettrica, con l’obiettivo di rilanciare l’agricoltura dell’isola e tornare a macinare il grano prodotto qui — recuperando in particolare la farina di xeixa, un frumento antico — con un marchio ecologico. Non ha pale né tetto conico, e non lo metterai certo in una fotografia, ma chiude un cerchio cominciato nel Settecento: dopo decenni in cui i mulini erano solo monumenti, l’isola del grano torna a fare farina con il proprio grano.
Il Percorso dei Mulini
Il modo migliore per conoscere i mulini di Formentera è metterli in fila lungo il cosiddetto Percorso dei Mulini, che tutti e sei i superstiti — inseriti nel Catalogo del patrimonio culturale dell’isola — attraversa da un capo all’altro del territorio. Si può fare in auto, in scooter o, se hai gambe e fiato, in bicicletta, mettendo in conto le poche ma reali salite di La Mola e di Sa Miranda. Il bello è che il giro non riguarda solo i mulini: cucendo insieme La Mola, Sant Ferran e Sant Francesc finisci per scoprire calette nascoste, i due fari dell’isola, i borghi più tradizionali e la Formentera agricola che il turismo balneare di solito ignora. Dicono che da quassù si vedano le albe e i tramonti migliori dell’isola, e per una volta è una di quelle frasi da brochure che si rivela vera.
