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Ci sono posti che ti svuotano la testa, e il Faro di Cap de Barbaria è uno di quelli: ci arrivi dopo una strada dritta e stretta che taglia l’altopiano come un righello, e a un certo punto smetti di pensare ai fatti tuoi perché non c’è più niente intorno a cui aggrapparli. Se ti stai chiedendo cosa vedere al Faro di Cap de Barbaria, mettiti l’animo in pace: qui non c’è un bar, non c’è un negozio, non c’è un cartello che ti spieghi cosa provare. C’è il promontorio più meridionale di Formentera e di tutte le Baleari, una distesa di roccia arida battuta dal vento, e in fondo a tutto un faro alto poco più di diciassette metri, costruito nel 1971 su un progetto che dormiva in un cassetto dal 1924. In questo articolo ti porto lungo quella strada lunare, ad aspettare il tramonto che ha reso il posto famoso, giù nella grotta della Cova Foradada che si apre sul vuoto, fino alla vecchia Torre des Garroveret di metà Settecento, e ti racconto da dove arriva quel nome che sa di pirati, perché un film del 2001 mandò qui mezza Spagna, e la storia di Negrín, il gatto che per anni ha fatto il guardiano al posto di un guardiano che non c’è mai stato. Alla fine trovi anche dove dormire, come arrivarci, quando andare e dove si trova esattamente.
La strada dritta e il paesaggio lunare
Il viaggio comincia prima del faro. L’ultimo tratto è una linea retta e sottile che corre verso l’orizzonte con una sfacciataggine quasi ipnotica, e ti accorgi presto che la vegetazione si è arresa: niente alberi, solo arbusti bassi schiacciati dal vento e muretti a secco che disegnano l’altopiano. È un paesaggio scarno fino all’osso, brullo, color sabbia e roccia, che a molti ricorda la luna e che ha il difetto di farti sentire piccolo nel modo giusto. Non c’è nulla di costruito a distrarti, ed è esattamente questo il punto: Cap de Barbaria è un posto che funziona per sottrazione.
Il tramonto in capo al mondo
Se al Faro de la Mola si va per l’alba, qui si viene per il tramonto, ed è una delle ragioni per cui questo è uno degli angoli più fotografati di Formentera. Il sole cala dritto nel Mediterraneo davanti allo strapiombo, il cielo si accende sopra una terra che non ha niente per trattenerlo, e per qualche minuto sei tu, il faro e una folla silenziosa di sconosciuti seduti sulle rocce a fingere di non commuoversi. Per parecchi è il vero simbolo spirituale dell’isola, e per una volta l’enfasi è giustificata: lassù, a quell’ora, capita davvero di non avere voglia di parlare.
La Cova Foradada
A poca distanza dal faro c’è una spaccatura nella roccia che molti si perdono perché non se l’aspettano: la Cova Foradada. All’inizio è solo un buco buio nel terreno, in cui ti cali tramite una comoda scaletta di legno con la diffidenza di chi sospetta uno scherzo. Poi, dopo pochi passi nell’oscurità, la grotta si apre su una finestra naturale affacciata direttamente sulla scogliera a picco sul mare, una specie di balcone scavato dentro l’isola. Lo spettacolo è di quelli che mettono in imbarazzo le parole, e probabilmente è la cosa più pura che porterai a casa da questa parte di Formentera. Vacci con prudenza, però: è natura vera, non un’attrazione attrezzata.
Il faro del 1971 (e un film che lo rese celebre)
Il faro in sé è giovane e sincero: acceso nel 1971, non ha mai avuto un guardiano che ci vivesse, a differenza del fratello maggiore de La Mola con le sue generazioni di fareri stipati negli alloggi. Qui la torre ha sempre lavorato da sola, modesta, alta poco più di diciassette metri su un promontorio che la solleva a una sessantina di metri sul mare. La sua fama, in buona parte, la deve al cinema: la sagoma di questo faro nel nulla finì sulla locandina di Lucía y el sexo di Julio Medem, con una giovane Paz Vega, e da allora è diventato meta quasi obbligata, una di quelle immagini che la gente riconosce ancora prima di sapere dove si trovino.
La Torre des Garroveret
A breve distanza dal faro veglia una costruzione molto più antica, la Torre des Garroveret, una decina di metri di pietra tirati su a metà del Settecento. È una delle torri di difesa che cingevano queste coste contro i corsari, e si capisce dalla porta: messa in alto, lontana da terra, raggiungibile solo con una scala a pioli infissa nel muro, perché chi stava dentro non aveva nessuna voglia di rendere comoda la vita a chi stava fuori. Dalla piattaforma una scaletta interna sale fino alla garitta di vedetta, da cui il panorama ripaga la fatica. Aveva persino un cannone, finché nel 1824 venne disarmata e ridotta al ruolo più tranquillo di torre d’osservazione.
Da dove viene quel nome, “Barbaria”
Sul significato del nome nessuno è del tutto d’accordo, il che a queste latitudini è quasi una garanzia di autenticità. C’è chi lo lega alle barbarie patite dall’isola per mano dei pirati, che usavano questo promontorio impervio come punto d’approdo per le loro scorrerie. E c’è chi preferisce una spiegazione più geografica: “Barbaria” come eco delle coste dei Berberi, quelle terre africane che da qui, nelle giornate limpide, sono quasi davanti a te. Le due storie non si escludono, e a dirla tutta convivono benissimo: pirati che arrivavano da una costa che porta lo stesso nome del capo dove sbarcavano.
Negrín, il gatto guardiano del faro
Per anni il vero custode di Cap de Barbaria non è stato un uomo ma un gatto. Si chiamava Negrín, viveva quassù da solo e isolato, e si era guadagnato il soprannome di guardiano del faro a furia di starsene là sotto qualunque cosa accadesse. Diversi tentativi di adottarlo erano falliti miseramente: Negrín scappava e tornava, percorrendo anche lunghe distanze sull’isola, perché evidentemente aveva idee precise su dove fosse casa sua. Poi, nel 2023, due brave persone di La Mola sono riuscite nell’impresa, e lui — forse stanco dell’età, forse stanco della vita da eremita, che è affascinante finché non piove di traverso — ha accettato di trasferirsi al caldo, circondato da una famiglia. Una resa onorevole, dopo una lunga carriera al vento.
Dove dormire vicino al Faro di Cap de Barbaria
Sul capo non dorme nessuno, ed è giusto così: è una zona vergine, senza strutture né servizi, e l’unica cosa che ci troverai di notte è il fascio del faro. Conviene appoggiarsi alla parte centrale dell’isola, attorno a Sant Francesc, da cui il promontorio è davvero a portata di mano per la corsa del tramonto, oppure scegliere la vivacità di Es Pujols se la sera vuoi anche qualcos’altro oltre alle stelle. Più ti avvicini al capo, più la sistemazione si fa rurale e silenziosa, fincas e case di campagna immerse nel niente: perfetto se è il niente che sei venuto a cercare.
Come arrivare al Faro di Cap de Barbaria
Si parte dal cuore di Formentera, nei pressi di Sant Francesc, e si imbocca la strada che punta a sud verso il capo, quella linea dritta che attraversa l’altopiano e che diventa parte dell’esperienza ben prima dell’arrivo. L’ultimo tratto si fa a piedi: lasci l’auto, la moto o la bicicletta dove finisce l’asfalto e prosegui camminando su un terreno roccioso e spoglio fino al faro. Non è una camminata impegnativa, ma non aspettarti ombra né ripari, quindi calcola acqua e scarpe adatte.
Quando andare al Faro di Cap de Barbaria
Il momento è uno solo e non si discute: il tardo pomeriggio, per arrivare con calma e farti trovare lì quando il sole scende. A mezzogiorno d’estate troverai sole a picco senza un filo d’ombra, vento e un caldo che spegne l’incanto, mentre la primavera e l’inizio autunno regalano luce morbida e il capo quasi deserto. Tieni d’occhio la tramontana: quando soffia forte, sullo strapiombo e dentro la Cova Foradada serve qualche cautela in più.
Dove si trova il Faro di Cap de Barbaria
Il faro sorge all’estremità meridionale di Formentera, sul promontorio più a sud non solo dell’isola ma di tutte le Baleari: oltre questo punto, per un bel pezzo, c’è soltanto mare aperto e poi la costa africana, quella dei Berberi che forse ha prestato il nome al capo. Insieme al Faro de la Mola, all’angolo orientale, e al più discreto Faro di La Savina, vicino al porto, completa il terzetto di fari dell’isola — e di tutti e tre è quello che sta più lontano da ogni cosa.
