Cosa vedere al Molí Vell de La Mola

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Se cerchi cosa vedere al Molí Vell de La Mola, mettiamo subito in chiaro che stai per visitare un mulino a vento del 1778 che sta in piedi, gira e — cosa rara — funziona ancora. Lo trovi sull’altopiano di La Mola, l’estremità orientale e più alta di Formentera, a poche centinaia di metri dal paese di El Pilar de la Mola. Ti racconterò la sua torre cilindrica con le sei vele, l’interno su tre piani con la scala a chiocciola e gli ingranaggi in legno, la data incisa sulla struttura, il meccanismo che orienta le pale al vento, María des Moliner che fa da guida, Joan l’ultimo mugnaio e il restauro del 1994, gli altri sei mulini sparsi sull’isola, la leggenda di Bob Dylan nella casetta accanto, e cosa c’è lì intorno — il mercatino hippy, il faro reso celebre da Jules Verne, la salita tra pini e cipressi. Niente di tutto questo è gonfiato: è un edificio rurale piccolo, e proprio per questo riesce a sorprenderti.

La torre cilindrica e le sei vele

La prima cosa che vedi, salendo dalla strada per la breve sterrata, è una torre tozza di pietra chiara con un tetto conico e sei lunghe braccia di legno di pino che si aprono sul cielo come una stella un po’ sbilenca. È la forma classica dei mulini di Formentera: cilindro, cappello a cono, sei pale che un tempo si vestivano di tela per fare presa sul vento. Visto da fuori sembra modesto, quasi un giocattolo piantato in mezzo ai campi, e invece era la macchina più tecnologicamente avanzata che La Mola avesse, in un’epoca in cui il sostentamento si reggeva su agricoltura, pascolo e pesca, e su poco altro.

L’interno e i tre piani

Qui sta il bello, perché — diversamente da tanti monumenti che ti fanno girare intorno a una transenna — al Molí Vell ci entri. Due porte opposte alla base ti immettono nel piano terra, che faceva da deposito; da lì una scala curva, stretta, ti porta su. I piani sono tre: in basso il magazzino, al centro il livello dove cadeva la farina, in alto l’ingranaggio vero e proprio, con le macine di pietra e i denti di legno che trasmettevano la forza delle vele. Salendo all’ultimo piano capisci, senza bisogno che nessuno te lo spieghi, come tutto questo lavorasse: il vento spinge, le pale girano, l’albero trasmette, la pietra macina. È meccanica onesta, tutta visibile, niente di nascosto.

La data incisa: 1778

Da qualche parte sulla struttura c’è incisa la data che ha sempre fatto da atto di nascita di questa macchina: 1778. È lo stesso anno in cui, a poche centinaia di metri, veniva tirata su la chiesa del paese — una coincidenza che dice parecchio su quel momento, quando Formentera, dopo anni di abbandono, tornava a popolarsi e a darsi i suoi punti fissi: un luogo per pregare e un luogo per fare farina. Da queste parti, del resto, il grano era una cosa seria: già i romani chiamavano l’isola la terra del frumento.

Il meccanismo che si orienta al vento

Il dettaglio che mi è rimasto impresso è che il cappello del mulino si poteva ruotare. Non era una struttura fissa che aspettava il vento giusto: gli isolani la giravano per allineare le sei pale alla direzione della brezza, sfruttando un altopiano esposto come pochi alle correnti. È un’idea così semplice e così intelligente che ti chiedi perché continuiamo a pensare al passato come a un’epoca di gente sprovveduta. Prima ancora dei mulini a vento, qui si macinava con i cosiddetti mulini di sangue, mossi dalla trazione degli animali; il vento arrivò dopo, quando si capì quanto convenisse.

María des Moliner, la voce del mulino

Una visita al Molí Vell non è solo fotografare ingranaggi: per anni la guida storica è stata María des Moliner, moglie di Joan, l’ultimo mugnaio, una donna che il mulino lo aveva conosciuto da dentro, lavorandoci, e che ti raccontava com’era la vita a Formentera quando si faticava molto ma — come ripeteva lei — senza lo stress che ci portiamo dietro oggi. È il genere di conversazione che vale il viaggio quanto la macchina stessa, perché ti restituisce le persone e non solo le pietre. E le persone, qui, hanno un nome preciso: Joan des Moliner, l’ultimo a macinare grano sull’isola. Quando l’elettricità arrivò sull’altopiano il mulino perse senso; per un breve periodo si provò ad adattarne le macine a un motore, poi cadde in disuso e cominciò a deteriorarsi, finché nel 1994 fu proprio Joan a cedere la proprietà alla Fundació Illes Balears, che lo restaurò e, su sua indicazione, lo fece girare un’ultima volta prima di fermarlo per conservarlo. Oggi è considerato il mulino meglio conservato delle Baleari, l’unico delle Pitiuse ancora ufficialmente in grado di funzionare.

La leggenda di Bob Dylan e la casetta accanto

Come ogni angolo di Formentera che si rispetti, anche il Molí Vell si porta dietro la sua leggenda da era hippy: si racconta che alla fine degli anni Sessanta Bob Dylan avesse preso in affitto la casetta accanto al mulino. Le fonti certe scarseggiano, come capita sempre con queste storie isolane di celebrità in incognito, e probabilmente vive più nel mito che negli archivi. Ma ci sta bene addosso: La Mola era allora un posto selvaggio e incontaminato, dove in certe zone la corrente arrivò con anni di ritardo, e attirava chi cercava esattamente quel tipo di silenzio.

Il borgo intorno: il mercatino e il faro

Il mulino non si visita nel vuoto. Sei a El Pilar de la Mola, il paese più rurale e tradizionale dell’isola, e a pochi passi gira il celebre mercatino hippy, che in estate anima la zona un paio di pomeriggi a settimana con bancarelle di gioielli, ceramiche, pelle e legno fatti a mano. Tirando dritto fino in fondo alla strada, oltre il paese, arrivi al Far de La Mola, il faro arroccato sugli scogli che ispirò Jules Verne. Insomma, il Molí Vell è la prima tappa di una giornata che, se vuoi, si allunga fino alla scogliera.

Dove dormire vicino al Molí Vell de La Mola

A La Mola di alloggi veri e propri ce ne sono pochi: è zona di campagna, di case sparse e di qualche piccola sistemazione rurale, ed è proprio questo il suo fascino se cerchi quiete. La maggior parte di chi visita il mulino dorme più a valle, lungo la fascia di Es Caló de Sant Agustí e Es Pujols, o nei pressi di Sant Ferran, dove trovi più scelta tra appartamenti, piccoli hotel e case in affitto, restando comunque a una manciata di chilometri dall’altopiano. Se invece vuoi svegliarti nel silenzio dei pini e raggiungere il mulino in pochi minuti, punta su una casa rurale qui in alto, mettendo in conto meno servizi e più stelle la notte.

Come arrivare al Molí Vell de La Mola

Si parte dal porto di La Savina, l’unico approdo dell’isola, e da lì si imbocca la PM-820 in direzione sud: una strada sola, che attraversa Formentera per intero senza che tu debba mai svoltare. Superato Es Caló di Sant Agustí il terreno cambia e si comincia a salire a curve, dentro un bosco di pini e cipressi che ti accompagna fino a El Pilar de la Mola. Entrato in paese, segui le indicazioni per il Molí Vell: una breve deviazione su sterrata e te lo trovi davanti. In auto o in scooter è semplicissimo; in bici metti in conto la salita, perché l’altopiano si guadagna con un po’ di dislivello. C’è anche la linea 2 degli autobus che collega La Savina ai paesi, e il parcheggio a La Mola è gratuito.

Quando andare al Molí Vell de La Mola

L’interno si visita nei mesi estivi, in genere nelle ore del mattino, con ingresso gratuito; orari e giorni cambiano di stagione in stagione, quindi conviene sempre verificarli prima di salire fin quassù. Il mattino, oltre a coincidere con le aperture, è anche il momento migliore per la luce e per evitare la calca: nei giorni di mercato il paese si riempie e cambia completamente faccia, passando da borgo sonnolento a fiera affollata. Se cerchi il Molí Vell nel suo registro più autentico, scegli una mattina feriale senza mercatino, quando intorno c’è solo il vento dell’altopiano.

Dove si trova il Molí Vell de La Mola

Il mulino sorge a La Mola, l’altopiano che chiude Formentera a sud-est, appena fuori dal paese di El Pilar de la Mola, lungo la strada che dal porto di La Savina sale fino al faro. È la parte più alta e rurale dell’isola, affacciata sul Mediterraneo verso Punta Roja, in quella Formentera che i romani chiamavano terra del grano e che qui, più che altrove, ha conservato i suoi tratti antichi.