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Il termine «faro» nasce da un’isola che non è Formentera. Nel III secolo avanti Cristo, su uno scoglio egiziano chiamato Pharos, a qualcuno venne l’idea di tirare su una torre di centotrentaquattro metri e di tenerci acceso un fuoco in cima, notte dopo notte, perché i naviganti smettessero di sfracellarsi contro la costa. Era una delle Sette Meraviglie del mondo antico, la costruzione più alta che l’uomo avesse messo in piedi fino ad allora, e da quel nome discende tutta la stirpe di sentinelle solitarie piantate sul confine tra la terra e il mare. Formentera ne custodisce tre, e se ti stai chiedendo cosa vedere ai fari di Formentera ti avviso subito: sono i suoi estremi a regalarti le emozioni più forti, non il centro. Ti porto a La Mola, il guardiano «alla fine del mondo» con il suo monolite dedicato a Jules Verne e il museo nascosto alla base della torre; a Cap de Barbaria, il faro da cartolina diventato set di Lucía y el sexo, con accanto la Torre des Garroveret e la fenditura segreta della Cova Foradada; e a La Savina, il più dimenticato dei tre, quello che ti dà il benvenuto dal porto mentre guardi verso Es Vedrà e l’Estany des Peix.
Il faro de La Mola, alla fine del mondo
Se devi vederne uno solo, vedi questo. Il faro de La Mola siede sull’altopiano omonimo, a un paio di chilometri scarsi dall’abitato di El Pilar de la Mola, nel punto più orientale dell’isola, dove la terra smette di colpo di essere terra. Ci si arriva risalendo i tornanti panoramici che si aprono dopo il villaggio di Es Calò: pochi chilometri, ma la strada sale e si attorciglia, e a un certo punto gli ulivi e i muretti a secco lasciano spazio a un pianoro nudo, battuto dal vento, che ha tutta l’aria di essere l’ultima cosa prima del nulla. La torre alta ventidue metri svetta sopra una scogliera che precipita per centoventi metri dritta nel Mediterraneo, e quando ci arrivi capisci perché qui la gente abbassa la voce. Affacciati, se le vertigini te lo concedono: il rumore del mare che si frantuma sulle rocce, là sotto, è il genere di suono che ti convince per qualche minuto di essere davvero al margine delle cose. Venire a Formentera e non passare di qui è un po’ come andare a Roma e tenere gli occhi chiusi davanti al Colosseo: tecnicamente possibile, ma difficile da spiegare agli amici.
Il faro fu inaugurato nel 1861, sotto il regno di Isabella II, su progetto dell’ingegnere Emili Pou. Quello che mi diverte è seguirne la dieta luminosa nel tempo: all’inizio la lanterna bruciava olio extravergine d’oliva — sì, lo stesso che ti metti sull’insalata — poi passò alla paraffina e infine, nel 1971, alla corrente elettrica. Oggi è tutto automatizzato e nessuno deve più arrampicarsi a riempire serbatoi nel cuore della notte, ma la potenza resta da prima della classe: dodici fasci di luce con una portata di ventitré miglia nautiche, qualcosa come quarantadue chilometri di buio spazzati via a ogni rotazione. Pensa a cosa significhi, prima della radio e del GPS, vedere quel bagliore comparire all’orizzonte dopo giorni di mare: non era un dettaglio tecnico, era la differenza tra arrivare e non arrivare.
Fino al 2001 questo faro ha avuto un cuore umano. L’ultimo guardiano, Javier Pérez de Arévalo, ci ha vissuto per anni, descrivendo il suo isolamento come un’altalena tra euforia e malinconia, che è più o meno la sintesi più onesta che si possa fare di un posto del genere: bellissimo finché il tempo è buono e il mare è blu, parecchio meno quando il vento soffia per tre giorni di fila e l’unica compagnia è la propria voce. Con lui se n’è andata un’epoca, e oggi la torre fa il suo lavoro da sola. È rimasto invece il monolite dedicato a Jules Verne, che citò proprio La Mola in “Le avventure di Ettore Servadac”: nel romanzo una cometa strappa via un pezzo di questo altopiano e lo porta nello spazio insieme all’astronomo Palmirano Roseta, capitato sull’isola per i suoi studi. Trovo abbia una sua logica perfetta. Stai in piedi su un punto della Terra che a uno scrittore è sembrato abbastanza «fine del mondo» da meritare un viaggio interstellare: tienilo presente mentre guardi l’orizzonte e provi a capire dove finisca il mare e cominci il cielo.
Dall’estate del 2019, sotto al faro, hanno ricavato un museo e uno spazio culturale che racconta il rapporto un po’ viscerale tra Formentera e il suo mare. Apre dal martedì alla domenica e l’ingresso ti costa intorno ai quattro euro e mezzo, cifra che difficilmente ti rovinerà la vacanza e che ti compra mezz’ora di contesto prima di affacciarti sul vuoto. Una nota che vale oro: La Mola guarda a est, ed è il punto migliore dell’isola per vedere sorgere il sole. Se riesci a strapparti dal letto e ad arrivare con le prime luci, trovi l’altopiano ancora deserto, l’aria fredda e il sole che sale dal mare proprio davanti alla scogliera. Vale ogni minuto di sveglia anticipata, e ti porti a casa il faro tutto per te, prima che arrivino gli altri.
Il faro di Cap de Barbaria, il set in capo all’isola
Se La Mola è il lato storico e letterario, Cap de Barbaria è quello selvatico. Sta all’estremità sud-occidentale, su un promontorio arido a una settantina di metri sul mare, in un paesaggio di macchia bassa, pietra chiara e poco altro che non sia cielo. Da qui lo sguardo punta dritto verso le coste africane, distanti meno di cento chilometri, e nelle giornate giuste hai la sensazione netta di trovarti su un confine più che su una spiaggia. Il nome «Barbaria» non è rassicurante e non vuole esserlo: c’è chi lo lega ai Berberi delle coste africane e chi alle barbarie vere e proprie dei pirati, che per secoli usarono questo tratto di costa come rampa di lancio per le loro razzie. Camminare fin quaggiù con quella storia in testa cambia il colore del posto.
A pochi passi dal faro di Cap de Barbaria trovi la prova provata di quei tempi inquieti: la Torre des Garroveret, costruita nel 1763 come pezzo del sistema difensivo dell’isola. Da quassù si avvistavano le navi nemiche e si dava l’allarme nel modo più antico del mondo, con fumo di giorno e fuoco di notte, passandosi il segnale di torre in torre lungo la costa finché tutta Formentera non sapeva che qualcosa bolliva in pentola. Oggi è solo una torre tozza e silenziosa contro il cielo, e ci passi accanto senza pensarci troppo, ma per qualche secolo è stata la differenza tra accorgersi dei guai e trovarseli in casa.
Il faro di Lucía y el sexo
Il faro fu progettato nel 1924 ma inaugurato solo nel 1972 — quasi mezzo secolo di attesa, il che la dice lunga su quanto fosse remoto questo angolo d’isola — e ha una stazza modesta rispetto al gigante di La Mola: poco più di diciassette metri di torre, tre di diametro. Eppure è probabilmente il faro più fotografato del Mediterraneo, e gran parte del merito va al cinema. Nel 2001 il regista Julio Medem lo scelse come scenario per Lucía y el sexo, e la locandina con Paz Vega e il faro alle spalle è diventata un’immagine che in Spagna riconoscono anche quelli che il film non l’hanno mai visto. Percorri la strada dritta che porta alla lanterna, una lingua d’asfalto che taglia il promontorio senza una curva, e ti accorgi di camminare dentro a un’inquadratura: il tempo sembra essersi fermato da qualche parte tra i titoli di testa.
La Cova Foradada
A pochi metri dal faro c’è il segreto meglio tenuto della zona: la Cova Foradada, una fenditura naturale nella roccia che nasconde una grotta sotterranea. Non c’è un cartello a urlartelo, e questa è metà del suo fascino. Si scende attraverso un foro nel terreno, aiutandosi con una scaletta di legno che trovi sul posto, e ci si ritrova su una specie di balcone naturale sospeso sopra la scogliera, con il mare incorniciato dall’apertura nella pietra come se qualcuno avesse ritagliato una finestra apposta. È il punto da cui il blu del Mediterraneo smette di essere un colore e diventa una distanza.
Arrivare al faro e restare per il tramonto
Il faro de Cap de Barbaria si guadagna un po’. Dal 2017, per proteggere questo lembo di territorio, una sbarra al chilometro 6,5 della strada di Es Cap chiude l’area ai veicoli: lasci il mezzo nell’ampio parcheggio — capienza intorno alle sessanta auto e cento motorini, con un vigilante nelle ore di punta — e copri gli ultimi due chilometri a piedi, una ventina di minuti scarsi tra il vento e i profumi della macchia. Il momento giusto per esserci è il tramonto, quando la luce bassa accende il promontorio e lo sguardo scivola lungo la spiaggia di Migjorn. Un avvertimento, però: la zona è volutamente senza illuminazione artificiale, per non disturbare la fauna, e una volta calato il sole il buio è di quelli veri. Se decidi di restare fino all’ultimo raggio, infila in tasca una piccola torcia per il rientro: te ne sarai grato.
Il faro di La Savina, il primo benvenuto
Il terzo faro lo snobbano quasi tutti, e fanno male. La Savina sta a nord, addossato al porto, con un’architettura moderna e funzionale che non chiede ammirazione ma ne meriterebbe un po’. È la prima struttura che si scorge all’orizzonte quando il traghetto da Ibiza punta verso l’isola, e l’ultima che saluti partendo: un dettaglio che non significa nulla sulla carta e moltissimo nella pancia di chi se ne sta andando. La sua posizione è strategica per il controllo del traffico marittimo tra Ibiza e Formentera, e funge da riferimento essenziale per le imbarcazioni che entrano nell’Estany des Peix, la laguna collegata al mare da un’imboccatura stretta dove trovano riparo barche da pesca e piccole derive, in un quadretto di vita marina che sembra dipinto apposta per rallentarti il battito. Nelle giornate limpide, dal faro de La Savina lo sguardo arriva fino a Ibiza e inquadra il profilo magnetico di Es Vedrà, l’isolotto che sembra emergere dall’acqua come un gigante di pietra. È il posto perfetto per la prima passeggiata appena sbarcato, mentre aspetti di ritirare il mezzo o di prendere possesso della casa: un piccolo rito di passaggio che ti fa sentire dentro l’isola ancora prima di averla davvero toccata.
